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COMBATTERE LE OCCUPAZIONI ABUSIVE DEGLI ALLOGGI DI EDILIZIA PUBBLICA
di Nicola Zambetti, Segretario Regionale SUNIA Puglia
Le occupazioni abusive sono un fenomeno che la politica ha spesso affrontato nel modo più semplice: approvando provvedimenti di sanatoria generalizzata. Con questi interventi, sono state disattese le aspettative dei nuclei famigliari in graduatoria per l’assegnazione di un alloggio di edilizia residenziale pubblica (ERP).
La pazienza di attendere per anni un’assegnazione è stata minata da sanatorie che finivano per premiare chi, violando le leggi, occupava alloggi ERP, spesso vantando bisogni falsi o marginali, trasformati impropriamente in un presunto diritto alla casa. Tutto questo a discapito delle famiglie che, rispettando le regole, attendono da anni un alloggio sulla base di bisogni sociali reali.
Le occupazioni abusive, in alcuni casi, sono guidate anche da soggetti che sul territorio svolgono attività illecite e che, attraverso l’occupazione degli alloggi, garantiscono risposte e protezione a chi controlla materialmente il quartiere. Il tutto avviene spesso nell’impotenza, quando non nell’assenza, della pubblica amministrazione.
Lo Stato e la Regione si sono dotati di buone leggi per contrastare il fenomeno, ma tali norme vengono frequentemente disattese dagli enti gestori.
Il contrasto alle occupazioni abusive richiede una cabina di regia unica tra Comuni, enti gestori, Prefettura, responsabili delle autogestioni e sindacati degli inquilini. Gli assegnatari devono essere presi in carico: è necessario rendere concreta la presenza e l’assistenza della proprietà pubblica e dello Stato, avviando un’azione di dialogo strutturato tra amministrazione pubblica e inquilini, troppo spesso abbandonati e lasciati soli, vittime di promesse politiche mai mantenute.
Le occupazioni abusive si debellano solo se le amministrazioni smettono di operare in modo isolato. Agendo da soli non si raggiunge alcun risultato. Nella maggior parte dei casi, l’occupazione è nota entro 24 o 48 ore, o addirittura mentre è in corso il trasloco, ma la risposta dell’amministrazione pubblica non è immediata né efficace. Si sono verificati casi di occupazione di alloggi da parte di ragazze minorenni incinte che rivendicavano un presunto diritto all’abitazione, sottraendo l’alloggio a famiglie regolarmente in graduatoria.
Un bisogno non può essere trasformato in un diritto.
Un diritto non può essere riconosciuti per sottrazione.
Ripristinare la legalità nella gestione del patrimonio pubblico non significa solo aumentare la disponibilità di alloggi da assegnare tramite graduatoria e ridurre il disagio abitativo, ma anche favorire l’integrazione sociale all’interno degli stabili, dove giovani nuclei possono convivere con assegnatari anziani. Oggi il 60% degli assegnatari vive solo o in coppia. Ogni anno circa l’8% del patrimonio ERP si libera a seguito del decesso dell’assegnatario, in assenza di un diritto dei figli al subentro. Questo dato rappresenta una risorsa più significativa di qualunque nuovo piano costruttivo.
La buona gestione degli ex IACP è un’operazione sociale di altissimo valore: restituisce fiducia nelle istituzioni, riduce il disagio abitativo, evita nuova cementificazione e contribuisce alla creazione di nuove identità sociali. L’edilizia pubblica ha storicamente rappresentato anche uno strumento di elevazione sociale per molte famiglie che, senza un alloggio, non avrebbero avuto un luogo stabile in cui crescere ed educare i propri figli.
L’edilizia pubblica è un bene da valorizzare, non da dismettere. Per una parte della politica, la dismissione appare la strada più semplice per risolvere i problemi del settore. Chi propone questa soluzione illude gli assegnatari con la promessa di una proprietà, senza dire che i costi di manutenzione e di gestione condominiale ricadrebbero interamente su di loro. Soprattutto, la dismissione impedirebbe ai Comuni di programmare interventi di rigenerazione urbana e sociale.
Esiste infine un aspetto culturale dell’occupazione abusiva che va affrontato. Molti assegnatari affermano: “Io sono cresciuto lì, quella è casa mia”. Questa convinzione nasce anche dalle politiche di vendita dell’alloggio attraverso il riscatto, che hanno radicato l’idea che l’alloggio pubblico fosse un bene personale, intoccabile e trasmissibile per via ereditaria. È così che si verificano situazioni in cui, pur essendo deceduto l’assegnatario, l’alloggio viene mantenuto da soggetti privi di qualsiasi diritto. Le leggi non consentono il subentro dei nipoti: l’edilizia pubblica è un bene sociale della collettività, destinato a chi non ha capacità economiche per accedere al mercato privato della locazione.
La casa di edilizia pubblica è un passaggio: quando si hanno i requisiti si resta, quando vengono meno si lascia. Una gestione efficace del patrimonio pubblico richiede controlli costanti e continui e, per essere realmente efficiente, necessita del coinvolgimento dei corpi intermedi. La loro partecipazione ai tavoli di confronto garantisce trasparenza e condivisione delle soluzioni. Isolarli e tenerli ai margini produce opacità negli atti amministrativi. Il compito dei corpi intermedi è mediare tra bisogni sociali e pubblica amministrazione, individuando soluzioni non clientelari ma strutturali e complessive.





