
COMBATTERE LE OCCUPAZIONI ABUSIVE DEGLI ALLOGGI DI EDILIZIA PUBBLICA
27 Gennaio 2026
PIANO CASA – Dichiarazione di Stefano Chiappelli, segretario generale SUNIA
4 Maggio 2026
Piano Casa del Governo: una risposta inadeguata, non strutturale, che favorisce rendite speculative ed emargina l’edilizia pubblica
Di Nicola Zambetti, Segretario Nazionale SUNIA – Responsabile Edilizia Pubblica Dopo sedici mesi di annunci, il Governo presenta il Piano Casa nazionale.
Una proposta che, nei contenuti e nell’impostazione, si rivela inadeguata rispetto alla profondità del disagio abitativo e priva di una visione strutturale capace di incidere realmente sul sistema. I dati sono noti e non più rinviabili: oltre 600 mila famiglie in attesa di un alloggio di edilizia pubblica, canoni di locazione sempre più insostenibili rispetto ai salari, un ceto medio che non riesce ad accedere né alla casa popolare né al mercato privato. È una condizione che riguarda ormai una fascia sociale ampia e strutturale, non più riconducibile a una dimensione emergenziale. Nonostante questo, il Governo sceglie di intervenire senza alcun confronto con le parti sociali. La risposta proposta — la realizzazione di 100 mila alloggi in dieci anni — si basa sulla semplificazione delle procedure e su deroghe alla programmazione urbanistica comunale per favorire interventi privati destinati alla locazione calmierata, con possibilità di successivo acquisto da parte degli inquilini. Si tratta di una scelta che continua a inseguire la logica della proprietà, riproponendo un modello che ha già dimostrato i suoi limiti. Si continua a consumare suolo, senza affrontare il tema centrale dell’utilizzo del patrimonio esistente, a partire dalle migliaia di alloggi sfitti che potrebbero essere immediatamente immessi sul mercato. Allo stesso tempo, non si tiene conto della desertificazione demografica che sta interessando molti comuni e che richiederebbe politiche abitative integrate e territorialmente differenziate. Questa impostazione non risponde neppure alle esigenze della mobilità lavorativa e delle nuove generazioni. I giovani sono sempre più orientati verso la locazione sostenibile, ma si trovano di fronte a un sistema che continua a spingerli verso un indebitamento trentennale, vincolando le loro scelte di vita e aumentando il rischio di fragilità economica nel tempo, anche a seguito di cambiamenti personali e familiari.
Le dichiarazioni del Ministro Salvini, secondo cui con questo provvedimento
“non si pagherà più a vuoto l’affitto”, richiamano una visione novecentesca, in
cui il valore della persona è legato a ciò che possiede e non a ciò che è e a ciò che
fa. Una visione che non tiene conto delle trasformazioni economiche e sociali in
atto.
I giovani chiedono altro: salari adeguati, canoni sostenibili, possibilità di
compiere scelte non condizionate dall’accesso alla proprietà. È proprio
l’eccessiva centralità della proprietà, alimentata da scelte politiche del passato,
ad aver contribuito a generare distorsioni nel sistema economico e nel mercato
abitativo.
Inseguire la proprietà senza una cultura della manutenzione ha prodotto un
patrimonio edilizio sempre più degradato. Oggi ci troviamo di fronte a immobili
che necessitano interventi non solo di efficientamento energetico, ma anche
strutturale, con evidenti ricadute sulla sicurezza delle città, esposte a rischi
concreti legati al deterioramento degli edifici.
Il Governo ha annunciato anche risorse per la ristrutturazione di 60 mila alloggi
di edilizia pubblica sfitti. Si tratta di un intervento atteso e necessario, che
riconosce finalmente una criticità denunciata da anni. Tuttavia, non è sufficiente:
gli alloggi pubblici inutilizzati nel nostro Paese sono circa 100 mila e il loro stato
di degrado continua ad aggravarsi. Serve un piano organico e continuativo di
investimento, non interventi parziali.
Va inoltre sottolineato che questo risultato è stato raggiunto anche grazie alla
pressione esercitata dalle organizzazioni degli inquilini, che, pur in assenza di un
confronto diretto, sono riuscite a far emergere la necessità di intervenire sulla
manutenzione del patrimonio pubblico.
Nel frattempo, con questi provvedimenti, passa in secondo piano il disegno di
legge volto a liberare in tempi brevi gli alloggi pubblici e privati. Si crea così una
evidente contraddizione: mentre gli interventi di recupero e costruzione
richiedono tempi lunghi — da uno a tre anni — gli sfratti vengono eseguiti
immediatamente.
Si sfrattano famiglie per finita locazione, spesso per consentire alla proprietà di
riconvertire gli immobili verso forme più redditizie, come gli affitti brevi. Si sfrattano nuclei familiari che non riescono più a sostenere canoni in aumento a
fronte di redditi stagnanti.
È giusto contrastare con fermezza l’occupazione abusiva degli alloggi pubblici,
in particolare quando è legata a fenomeni di controllo del territorio e attività
illecite. Ma è altrettanto necessario distinguere queste situazioni da quelle di
famiglie che da decenni occupano alloggi pubblici, pagano servizi e canoni e si
trovano in questa condizione a causa di inefficienze e ritardi della pubblica
amministrazione. In questi casi, parlare semplicemente di “occupanti senza
titolo” senza considerare le responsabilità gestionali significa non affrontare il
problema nella sua complessità.
Le norme per contrastare le occupazioni abusive esistono e devono essere
applicate con efficacia, senza ritardi né atteggiamenti compiacenti. Ma a queste
famiglie, così come ai Comuni — che rappresentano il primo livello istituzionale
di riferimento — devono essere forniti strumenti adeguati.
Oggi questi strumenti non ci sono.
Non viene rifinanziato il contributo per il sostegno alla locazione.
Non si interviene sul piano fiscale per rendere sostenibile il mercato degli affitti.
Non si riforma il sistema delle locazioni private.
Non si introduce una legge quadro di riforma dell’edilizia residenziale pubblica.
Non si apre alcun confronto con i soggetti portatori di interessi.
Al contrario, si continuano a destinare risorse a fondi e operatori privati,
marginalizzando il ruolo degli enti pubblici, che dispongono invece delle
competenze e degli strumenti necessari per realizzare e recuperare alloggi da
destinare alla locazione stabile, a canone sociale rapportato ai redditi.
Ancora una volta, sull’onda dell’emergenza, si interviene in deroga alla
pianificazione urbanistica, si incentivano interventi privati orientati alla vendita
a “prezzi accessibili” e si indebolisce il ruolo pubblico nelle politiche abitative.
Le amministrazioni locali, che avrebbero bisogno di risorse per sostenere
interventi sociali e garantire il diritto alla casa, vengono lasciate senza strumenti
adeguati, mentre non si attivano politiche efficaci per favorire l’immissione sul
mercato dello sfitto privato a lungo termine.
Il Paese ha bisogno di una scelta diversa.
Serve un Piano nazionale per l’affitto pubblico, fondato sull’utilizzo e il recupero
del patrimonio esistente, sulla valorizzazione delle aree demaniali dismesse e
sulla realizzazione di nuovi alloggi da destinare alla locazione a lungo termine, a
canoni sostenibili e rapportati ai redditi.
Era questa la risposta che ci si aspettava dal Piano Casa del Governo.
Non un intervento orientato alla rendita o a logiche di breve periodo, ma una
politica abitativa capace di affrontare in modo strutturale una delle principali
emergenze sociali del Paese.





